venerdì 10 giugno 2011

Noi.

Foto di Maria Scarogni



Un altro anno.
Concluso.
Tra 'scleri' e altro, ma finalmente concluso.
Se n'è andato e non ritorna mica più!
Inutile fingere, si sa che la scuola, seppur sia un luogo, uno spazio (e perché no un tempo?) di passaggio, rappresenta la nostra prima unica occasione di crescere.
Poi sul fatto che faccia a volte dannare non ci piove.
Ma proprio qui il nostro caratterino comincia a prendere forma, proprio qui ci si mette alla prova.






'I nostri studenti che 'vanno male' (studenti ritenuti senza avvenire) non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su uno strato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. Guardateli, ecco che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino. La lezione può cominciare solo dopo che hanno posato il fardello e pelato la cipolla. Difficile spiegarlo, ma spesso basta solo uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente indicativo.
Naturalmente il beneficio sarà provvisorio, la cipolla si ricomporrà all'uscita e forse domani si dovrà ricominciare daccapo.'


(Diario di scuola, Daniel Pennac)



Ah, dimenticavo: un GRAZIE a tutti! Ora tocca al letargo ;)

domenica 29 maggio 2011

-In linea d'aria con l'estate-















©



Standin' on your mama's porch
You told me that you'd wait forever
Oh and when you held my hand
I knew that it was now or never
Those were the best days of my life
Back in the summer of '69

Man we were killin' time
We were young and restless
We needed to unwind
I guess nothin' can last forever - forever, no...


Bryan Adams - Summer of '69

venerdì 27 maggio 2011

Tecnologia ovunque.

Il futuro dei tatuaggi

La loro origine, tra i popoli della Polinesia, si perde nella notte dei tempi. Oggi vanno di gran moda. E domani? Si programmeranno.
La loro origine, tra i popoli della Polinesia, si perde nella notte dei tempi. Erano comuni anche tra gli Egizi e gli antichi indiani d’America. La mummia Otzi (3300 a.C.) ritrovata nelle Alpi italiane nel 1991 ne aveva alcuni terapeutici.
Oggi sono diventati di moda in tutte le culture e in ogni ambiente: secondo una recente ricerca un giovane americano su tre ne ha almeno uno. E accomunano avanzi di galera e celebrità, serial killer e calciatori, Angelina Jolie e portinaie.
Stiamo parlando dei tatuaggi, l’espressione di boby art più antica e diffusa.

Passato e futuro

In passato la tradizione di tatuarsi viso, torso e braccia era limitata ad alcune popolazioni ed era carica di significati religiosi, tribali. Nel mondo occidentale il tatuaggio è stato per secoli un tabù, vietato dal conformismo e riportato in auge dai marinai e dagli esploratori di ritorno dalla Polinesia. Ancora oggi è l'espressione di un bisogno di appartenenza (serve a comunicare ciò che più ci rappresenta agli altri) e di affermazione di diversità (anche se sempre meno).
E in futuro? Anche i tattoo, come vengo chiamati in gergo, sono destinati ad un’evoluzione.

Tatuaggio “simpatico”

Una prima trasformazione, seppure minima, è stata nel tipo di inchiostro utilizzato per fare il tatuaggio. I pigmenti tradizionali prevedono sostanze, come il cobalto o il cinabro, che colorano la pelle e sono visibili alla luce del Sole o, comunque, in ambienti illuminati.
Ma c’è anche chi utilizza l’UV Blacklight Ink, un particolare inchiostro che può essere soltanto con una luce a raggi ultravioletti. Quando non si è esposti a questa luce, sul braccio è visibile solo l’incisione del tatuaggio, la vera e propria cicatrice fatta dagli aghi del tatuatore, come se vi fosse, appunto, una ferita.

Animazioni sottopelle

Ma che cosa accadrebbe se invece di eseguire un semplice disegno, sottopelle fosse innestato un particolare display? Il prototipo, ideato da Gina Miller e Robert Frejitas Jr., andrebbe innestato appena sotto la superficie della pelle del dorso della mano o sull’avambraccio. Attivabile e controllabile tramite un piccolo colpetto di dita, il display è in grado di riprodurre lettere, numeri o animazioni grazie a tre miliardi di nanorobot che si sincronizzano in base al comando dato.

Non solo una decorazione

Un dispositivo analogo è allo studio di Andrew Singer, un eclettico inventore statunitense. Il display-tatuaggio è collegato a un microchip, impiantato nell’epidermide, che controlla i valori vitali (come pressione, livelli di colesterolo, glicemia, etc) dei pazienti con malattie critiche come il diabete. I dati elaborati dall’impianto verrebbero ritrasmessi sul display dermico. Con un semplice colpo d’occhio, in caso di emergenza, i medici avrebbero tutte le informazioni importanti.

Il tatuaggio diventa digitale

Con il duplice scopo della terapia e di un’estetica funzionale (e non fine a se stessa), è il caso di segnalare anche il progetto del Digital Tattoo, una sorta di tatuaggio eseguito sulla superficie della pelle con un particolare inchiostro digitale. Il Digital Ink permetterà di programmare il tatuaggio tramite la sincronizzazione di un computer palmare dotato di collegamento Wi-Fi. Sarà possibile “caricare” appuntamenti o emoticon, che appariranno sulla nostra pelle, ricordandoci che dobbiamo fare gli auguri a fidanzata/o o segnalare agli altri il nostro stato d’animo.






giovedì 19 maggio 2011

Sclerando.

Sì è fine maggio. Sì siamo stanchi. Sì voglio le vacanze. Sì domani ho compito.
Tra le tante materie da studiare per le ultime verifiche di questo luuuungo anno scolastico (ma quasi finito grazie a Zeus!) oggi è toccato a latino, al mio amico Ovidio, che tanto parlava di amore ma di amore non ne ha mai vista l'ombra. Era un womanizer (gergo tecnico) in realtà!
Noia mortale infatti, tranne però quando il mio occhio è rimasto incastrato in questa frase:


Quod petis, est nusquam; quod amas, avertere, perdes!
(Ciò che chiedi non esiste; ciò che ami, se ti allontani, lo perdi!)



Reale no?

mercoledì 18 maggio 2011

Gran frase!





- Non ho mai compreso come si possa essere sazi di un essere umano -



(M. Yourcenar)

giovedì 28 aprile 2011

Siamo sicuri che GF stia per Grande Fratello?

Diciamolo pure: nella televisione di oggi sono davvero pochi i programmi che si salvano. Eppure ci dicono: guardate i telegiornali almeno! Mi chiedo: perché dovrei guardare un "telegiornale" che per notizia intende qualcosa che di notizia non ha neanche l'ombra? Cosa mi interessa del fatto manchino meno di 24 ore al matrimonio di quei due (come si chiamano? Ah sì, William e Kate!)? Oppure, (notizia balenga direi! Mi mancava in effetti!) cosa può fregarmene del fatto che Balotelli sia un collezionista di multe e di rimozioni?!
Ma qualche volta salta fuori anche qualche notizia relativa a uccisioni e altre storielle di carattere 'giallo' ma tanto 'era una brava persona' direbbero al tg. Non che i giornali siano meglio perché qualsiasi giornalista farebbe, anzi fa a gara per ingigantire la propria notizia, ma sicuramente qualcosa di meglio rispetto ai tg c'è!
Peggio ancora veniamo un po' al Grande Fratello! Ormai è diventato un business, è diventato IL programma, ma non è tanto colpa delle persone che ne fanno parte se tale programma sta tra quelli più visti: la colpa è nostra! Perché se c'è gente che lo guarda la risposta alla domanda 'perché guardarlo?' è una sola: 'perché fa figo!' diremmo noi! E allora giù di link su Facebook, giù di discussioni per affermare il/la preferito/a della casa, giù a fare del GF la nostra tematica giornaliera! Quando si è a casa non ci si chiede più 'come va?', 'che fai oggi?', 'tutto bene?' ma si chiede 'oooooooh hai visto ieri sera il GF??! Io non l'ho visto, dimmi cos'è successo!!!'
Oltre a credere che si possa fare benissimo a meno di un programma che di etico non contiene nulla, credo pure che questo articolo non servirà a cambiare la mentalità della gente, ma tant'è. Non vi sembra, a questo punto, che GF non stia per Grande Fratello ma (forse) soprattutto per Grandioso Fallimento?
Fallimento di noi come persone, di noi che abbiamo trasposto quelli che sono i veri valori, noi che vorremmo cambiare il mondo! Beh certo allora continuiamo pure a guardare il Grande Fratello!

martedì 19 aprile 2011

C come calcio!


Il mio sarà anche un giudizio di parte ma qui si va oltre ai giudizi, oltre a quello che tutti pensano. Gioco a calcio e, che io sia brava o no, non è certamente uno sport solo da ragazzi. Certo che i ragazzi siano un po' più portati è appurato. Poi comunque tutto è soggettivo.
Mi chiedo perché io abbia scelto proprio il calcio e ancora non trovo la risposta. So però che le emozioni che ho provato e che provo tuttora sono Emozioni con la e maiuscola.
Tutto è iniziato quando ancora non sapevo nulla del mondo, nulla di nulla, sapevo però che quando mio fratello mi diceva 'Marty dai che andiamo a fare due tiri in giardino' non potevo rifiutare assolutamente, si è iniziata proprio così: mio fratello, io e un pallone, un pallone che tante volte finiva sul bosco e che due terzi di queste volte finiva per bucarsi a causa delle spine (e lì sì che era una tragedia, ma appena possibile si comprava un pallone nuovo).
Crescendo ho provato con il pattinaggio, con il nuoto, con la pallavolo, con il tennis, con l'atletica ma era con il pallone che riuscivo ad avere le migliori soddisfazioni, era con quello che volevo fare a calci.
E allora 4 anni fa decisi che era ora di iniziare a fare sul serio, certo giocavo ancora con mio fratello ma avevo pure una squadra. Poi pian piano il calcio, gli allenamenti, le partite diventavano parte della mia routine, lo sono ancora oggi, e talvolta hanno il sopravvento su altri impegni.
Oltre ad averci trovato persone speciali, nel calcio trovo la mia passione più forte, il più libero sfogo, la grande possibilità di imparare a lottare piuttosto che tirarsi indietro.
E allora le emozioni vere diventano le pacche sulle spalle, gli abbracci prima di entrare in campo, il clima pre e post partita, le parole di incoraggiamento, i litigi, il rumore dei tacchetti di metallo.
Per me è una valvola di sfogo, è una catarsi nel vero e proprio senso della parola, e quello che mi dà il calcio non me lo dà nessun'altro e nient'altro.
Certo è sicuramente banale ma correre dietro a un pallone per me è fondamentale, è una propensione necessaria, è il mio modo di tirare fuori le così dette palle, è il mio mondo parallelo.
Tutti ne hanno uno credo, o forse si tratta solo di trovarlo.




Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio.

Jorge Luis Borges